Open Political Space

Laboratorio di ricerca e creazione politica

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    Sabato 28 giugno alle 22 proiezione di Teatri Interrotti, film documentario di Antonio Castagna e Giuseppe Di Bernardo. Ingresso gratuito.
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    Siamo un'associazione che si occupa di ricerca sociale e creazione politica. Attraverso la ricerca vogliamo offrire alla politica le chiavi per comprendere i vissuti odierni, innovarsi, riacquisire credibilità. Ricerche desk e indagini sui territori, tutte le metodologie mettono al centro i linguaggi e gli immaginari sociali. E’ lì che rintracciamo paure, desideri, credenze, regimi di fiducia, pratiche di partecipazione ed è attraverso questo che Ops! vuole contribuire a creare una politica migliore, appassionante e largamente praticabile, perché il linguaggio non comunica le idee, le evoca e le produce.
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Archivio per la categoria ‘tv e politica’

Sanremo o Cesaroni vince sempre Walter Veltroni

Pubblicato da opslab su Marzo 3, 2008

Per Concita De Gregorio il senso della faccenda è chiaro: il Sanremo appena concluso rappresenta un monito al veltronismo, prova provata che il “ma anche” è una formula che include tutti ma che alla fine non parla, non emoziona e non soddisfa nessuno.
Dalle parti di Canale 5 e dintorni si festeggia: nella serata di venerdì i Cesaroni hanno strappato un quasi pareggio che sa tanto di vittoria grazie all’apporto massiccio di giovani e giovanissimi teleutenti.
Ma a pensarci bene cosa sono i Cesaroni se non una declinazione dell’immaginario veltroniano?

Quartiere Garbatella, la Roma che più Roma non si può, giornate sempre soleggiate di un arancio dal sapor vendittiano, una birreria dove si materializza un simulacro comunitario di famiglia allargata, giovani protagonisti aggraziati ma non bellissimi che trascorrono le loro giornate con serena accettazione di sogni e insicurezze sulle cose proprie e altrui.

Cesaroni vs Sanremo ovvero l’informalità che vince sul cerimoniale, la normalità sulla straordinarietà, l’apparente non cura di jeans e giubbotti sull’abito d’occasione, il piccolo sul grande, la chitarra scordata sul manierismo dell’orchestra.

Che poi non è solo questo, è qualcosa di molto più grande: il veltronismo sta costantemente occupando tutta la scena, ha preso la coda della scia di senso prodotta dal berlusconismo, se n’è impadronito, l’ha reso testa, ne sta dando corpo.
In fondo è la bellezza dei significati e della loro immaterialità, il fatto di non aver padroni e traiettorie definite, ma di saper andare dove li spinge chi ha saputo meglio coltivarli cogliendone il senso profondo.
Un po’ come accadde una trentina d’anni addietro quando le sperimentazioni di linguaggio delle radio libere e di estrema sinistra finirono per costruire le grammatiche della tv commerciale e, di rimbalzo, per uno di quegli strani incidenti della storia, aprirono la strada al berlusconismo.

Veltroni forse avrà già tratto la vera lezione: i “ma anche” necessitano di una direzione e di un contenuto, pena il fatto di rimanere a uno stato gassoso, di neutra indifferenza e non di quello a cui lui può (deve) aspirare: un’indifferente simpatia.

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dalla classe operaia al popolo delle libertà

Pubblicato da opslab su Gennaio 11, 2008

E’ stato dimostrato che quando l’economia è in recessione la gente frequenta molto di più le sale cinematografiche: bisogno di evasione ma anche l’impossibilità, attraverso i risparmi, di poter aspirare a beni durevoli come una casa o un’automobile.

La prima crisi del cinema italiano coincide con il boom economico. Erano i primi ’60 e c’era la classe operaia, molto di più di un segmento sociale che reclamasse spazi di cittadinanza.

Per tanti era un’appartenenza che si esplicitava e concretizzava anche attraverso un codice di comportamento: La dignità della classe operaia, il senso di responsabilità della classe operaia. Saranno o non saranno state queste le ragioni per cui prima o poi sarebbe dovuta andare in paradiso?   

Poi passò di moda, anche se certi lavori si sono continuati a fare e non tutti – checché ne cantasse Pietrangeli – hanno voluto, prima ancora che potuto, il figlio dottore.

Eppure non occorre andarli a cercare con il lumicino.

Perché  basterebbe spendere 24 euro e aggirarsi per una giornata pre-natalizia  tra i padiglioni del Motorshow di Bologna. Meglio di mille sondaggi, meglio di mille analisi di Ilvo Diamanti.

Eccoli, sono quelli che oggi non hanno neanche diritto a un senso di appartenenza: operai, meccanici, carpentieri, pensionati con la licenza elementare.

L’Italia profonda, l’Italia vera. Quella che ha votato massicciamente per la Dc e per il Pci e lo hanno fatto con reverenza, rispetto, convinzione in cambio di un senso di protezione che era anche modellamento antropologico: la Dc avrebbe protetto dalle pulsioni tollerando e perdonando vizi privati in cambio di pubbliche virtù, il Pci con la storiella della diversità dei comunisti.

E’ l’Italia profonda, l’Italia vera. Quella che è difficile dire se è stato Berlusconi a incoraggiarne la venuta o se loro si erano già rotti le balle della pubbliche virtù e della diversità,  “che alla fine tutti si fanno solo i propri affari”. Quell’Italia con Berlusconi ci ha sancito una connessione sentimentale perché lui non ha protetto, non ha tollerato, non ha indicato un galateo; gli ha incoraggiati a seguire le proprie pulsioni, gli ha detto “siate voi stessi”. Grande colpa e grande merito del berlusconismo, dare agibilità sociale alle furberie grandi e spicciole che vivacchiano nel corpus collettivo, ma anche liberare un pezzo di paese da sensi di soggezione, premi e minacce di punizione in una grande catarsi collettiva:

 “Quelli che prima si vergognavano di essere indicati come gente comune – scriveva Francesco Piccolo nel 2001 – adesso sono impettiti e con la testa alta accolgono la definizione. Un esempio. Fino a poco tempo fa c’era tanta gente che non leggeva, ma se ne vergognava, se c’era un sondaggio non rispondeva, si nascondeva oppure mentiva. Oppure diceva: è vero non ho mai letto un libro, e me ne vergogno, avete ragione, dovrò farlo stasera. Poi un giorno di pochi anni fa sono venuti fuori con prepotenza. Non so se ricordate; il solito sondaggio, la solita quantità impressionante di persone che non leggevano, ma stavolta le risposte erano diverse, grazie a una nuova forma di vita.
Dicevano: noi non leggiamo e siamo felici di non farlo, perché quelli che leggono sono tristi brutti e stanno sempre soli. Sono noiosi. Noi non leggiamo perché quelli che leggono non ci piacciono e noi siamo migliori di loro”

Eccoli, allora. Gli ossessionati dai gadget che per qualunque fetenzia di scarsissimo valore danno l’autorizzazione a farsi intasare casa e posta elettronica di spazzatura; quelli che l’importante è farsi fotografare con le belle ragazze e poco importa che loro lo facciano per contratto: per il tempo di un flash lei sorride con me e la sua mano è solo sulla mia spalla; e poi quelli che si aggirano e che guardano sognanti automobili che non potranno avere mai.

Non sono più una classe e non sono più neppure individui, che l’aria di questo paese e del mondo non è mica tanto buona per decantare una lode dell’Io in grado di farcela contro tutto e tutti tra terrorismo, precarietà, carovita, immigrazione. 

Né classe, né individui ma branchi. Branchi di persone. Gente che vive medesime condizioni ma che non ha voglia e speranza per riacquistare un sentimento collettivo. Il branco invece è la dimensione ideale: abbastanza piccolo affinché nessuno cada nell’anonimato, sufficientemente grande per avere al suo interno un pubblico e un palcoscenico.

Non a caso è il modus operandi delle corporazioni salite alla ribalta in questi mesi, i taxisti, le guardie giurate, i camionisti. L’attacco come la migliore difesa.

E’ l’Italia per cui Berlusconi ha avuto bisogno di un nuovo partito e non perché Forza Italia fosse appannata, in fondo era sufficiente una ripulita in grado di dar lustro al mito d’origine di estetiche che simbolizzavano dinamismo, forza e un senso di solitaria felicità: esattamente per queste caratteristiche Forza Italia non andava più bene.

Ci voleva un partito che desse rappresentanza a un paese fondato sulle corporazioni della postmodernità, i branchi per l’appunto.

E ci voleva un capo-branco e non più un leader, che un capo-branco non si prende cura, non dice I Care ma è quello che ha più coraggio, più istinto.

Intanto le sale cinematografiche sono tutte piene, mercato in gran ripresa, record d’incassi per i film di Natale.

E’ l’Italia, bellezza.

 

 

 

 

 

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Questo linguaggio malato

Pubblicato da opslab su Novembre 7, 2007

Io questa lettera di Prodi non la capisco. Mi angoscia il modo con cui è stata scritta (poteva essere molto più brillante e non descrivere pedissequamente come se fosse un tema delle scuole medie), mi angoscia il contenuto, come se per un Presidente del Consiglio la conoscenza dei vissuti del paese fosse un fatto accidentale e che per di più crea stupore.
Mi domando se la performance di Veltroni ieri sera a Ballarò sia stata perfomante o meno. Vorrei che fosse così, per tutte quelle volte che il sindaco di Roma ha detto che “non si poteva fare di più”, perchè la politica non è una bacchetta magica come invece ci ha fatto credere il linguaggio malato da campagna elettorale permanente degli ultimi 15 anni.
Quella di Veltroni è chiaramente una scommessa, ripristinare un rapporto più parco e meno soggetto a  infingimenti emotivi tra sfera pubblica e sfera politica.
Non so se ce la farà, soprattutto nel momento in cui questo linguaggio va a smussare gli spigoli, ad elidere le differenze.
In questo forse ha ragione Pansa: L’Italia ha bisogno di un leader che è in grado di minacciare ceffoni, le conflittualità e le linee in tensione non vanno annacquate. Vanno governate.

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Candidati, raccontate voi stessi (anteprima 3°report)

Pubblicato da opslab su Ottobre 13, 2007

Raccontate la vostra esperienza, il perché avete scelto di fare politica, perché vi siete candidati, spiegate cosa volete portare all’interno del PD. Lasciate emergere dubbi e difficoltà, e fate capire perché e come si possono superare. Non siate cassa di risonanza dei leader nazionali, ma siate voi i testimonial e i protagonisti del Partito Democratico: questa è la chiave per mobilitare maggiore partecipazione.


È principalmente sul tema della mobilitazione che abbiamo costruito la terza parte dell’instant research sulle primarie con l’obiettivo di capire cosa fa maturare o cambiare decisione.

Il metodo utilizzato è quello del Deliberative Focus: 25 giovani (20-35 anni) romani, per 4 ore a discutere, visionare materiali, riascoltare discorsi e infine porre domande a 3 giovani candidati delle liste di Letta, Veltroni e Bindi. Con questionario e interviste iniziali e finali per misurare se, quanto e grazie a cosa si modifica l’opinione.


Dalla sperimentazione emerge chiaro un dato: nei confronti di segmenti di elettorato attenti al Pd ma ancora indecisi se votare le maggiori potenzialità di convincere alla partecipazione vengono dal contatto e dall’interazione diretta con i candidati dei collegi. I giudizi verso i leader nazionali, invece, sono più sedimentati e la loro dote in termini partecipativi l’hanno in gran parte già determinata.

Si evidenzia, quindi, uno spazio per ogni candidato di ulteriore mobilitazione, con attenzione a valorizzare la propria scelta e le proprie motivazioni più che parlare del segretario nazionale cui si è collegati.

I candidati all’assemblea costituente sono i soggetti di parola più credibili agli occhi di chi è ancora dubbioso e hanno una grande opportunità di far passare il messaggio del partito-partecipato e costruito dal basso.

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Pubblicato da opslab su Ottobre 5, 2007

non so, ovviamente, se de magistris sia da traferire o no, ma che accetti di diventare eroe della piazza mi sembra davvero sconveniente per un magistrato. a meno che non pretenda, giudice finalmente, (di essere) arbitro in terra del bene e del male. compito, tra l’altro, che si è data la televisione, almeno santorianamente parlando.

io non l’ho vista, ma ieri qualcuno ha parlato di noi. e di open political space (meglio scriverlo per intero, che se ci cercano…) si parlerà, su un qualche luogo di carta, oggi, credo, dopo…

ma voi, quanto vi sentite bamboccioni?

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