Open Political Space

Laboratorio di ricerca e creazione politica

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    Sabato 28 giugno alle 22 proiezione di Teatri Interrotti, film documentario di Antonio Castagna e Giuseppe Di Bernardo. Ingresso gratuito.
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    Siamo un'associazione che si occupa di ricerca sociale e creazione politica. Attraverso la ricerca vogliamo offrire alla politica le chiavi per comprendere i vissuti odierni, innovarsi, riacquisire credibilità. Ricerche desk e indagini sui territori, tutte le metodologie mettono al centro i linguaggi e gli immaginari sociali. E’ lì che rintracciamo paure, desideri, credenze, regimi di fiducia, pratiche di partecipazione ed è attraverso questo che Ops! vuole contribuire a creare una politica migliore, appassionante e largamente praticabile, perché il linguaggio non comunica le idee, le evoca e le produce.
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Archivio per la categoria ‘che paese è?’

Tocca a noi uscire dalla bolla

Pubblicato da mariogiampaolo su Novembre 25, 2008

Potremmo parlare di un video in cui il candidato ad un certo punto se ne esce con la seguente espressione: “vai alla bancarella di gianni, che sarei io”.
Potremmo parlare del Pd, delle lotte intestine, di pizzini, del nuovo segretario dei giovani democratici (quanti se ne sono accorti?) e di un presidente dell’opposione che scontenta l’opposizione e non viene sfiduciato dalla maggioranza. 

Ho la sensazione che  se continuiamo a parlare di queste cose non riusciremo mai a bucare la bolla che circonda il mondo politico italiano.

Quindi parliamo di TV: MTV – tocca noi!

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I-generation: Come mettere la politica nella playlist dei giovani

Pubblicato da mariogiampaolo su Ottobre 22, 2008

dalle 19.00 a Ops!
dalle 19.00 a Ops!

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fu repubblica, fu pd, ci resta D

Pubblicato da guarins su Luglio 24, 2008

mi aggiungo anche io a quanti, come lui lui o lui, solo per fare qualche esempio, vanno criticando repubblica, più o meno da vecchi lettori.

ieri in home campeggiava questo titolo: “Voglio il sangue di Veltroni“: scontro Pdl-Pd.

una frase, virgolettata, detta forse da berlusconi, riportata, pare, solo da veltroni, alla festa romana dell’unità, in campo amico e per aizzare le folle, commentata invece da uolter boys and girls, come al solito più realisti del re, in un turbinio di autoreferenzialità che lascia pensare sia davvero il tempo delle vacanze. (e ognuno interpreti liberamente significato e durata del termine.)

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intercettazioni

Pubblicato da mariogiampaolo su Giugno 9, 2008

La discussione sull’utilizzo delle intercettazioni mi sembra che confonda due piani. 
Il problema non risiede nelle intercettazioni come strumento d’indagine o come prova da utilizzare durante l’iter processuale. 

Il problema delle intercettazioni è la pubblicazione sui media. Spesso fuorviante, spesso lesiva della privacy dell’intercettato e spesso ininfluente da un punto di vistra strettamente giudiziario. 

Allora non ci si potrebbe concentrare solo sul divieto delle pubblicazioni delle intercettazioni piuttosto che ridurre i campi d’indagine in cui è ammessa come strumento d’indagine e prova d’illecito?  

  

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mozzarella

Pubblicato da guarins su Marzo 27, 2008

quando sono venuto a vivere a roma, ormai parecchio tempo fa, una delle cose che mi sono mancate di più è la mozzarella. niente da fare, a roma a tutt’oggi è difficile e raro trovare qualcosa che corrisponda a tal nome. si fa confusione tra mollicce e acquose palle latticinose e un cibo che è sapore, sapienza, cultura.

insomma di mozzarella ne mangio poca, ma quando sono a napoli o caserta è, con babà e pizza, il mio piatto preferito.

che fare allora, adesso? smettere di mangiarla? no, continuerò, affezionato a quel detto che da bambino sentivo ripetere ogni tanto, “quello che non ammazza ingrassa”.

ingrasserò di mozzarelle, fino a morirne. potrebbe essere il titolo di una di quelle avventure tipo super size me. e magari ne uscirebbe una cavia in forze e in salute.

dal dibattito in corso, dagli echi che dall’estremo oriente arrivano sulle chiusure alle importazioni (mi chiedo, poi, di cosa parlano?, se già a roma la mozzarella non si trova, se a milano non si sa nemmeno cosa sia (quella vera), se in giappone la pasta al sugo la fanno con ketchup…), dalle polemiche che occupano per qualche giorno le prime pagine dei giornali, non si capisce quale sia il punto, quanto reale il pericolo, quanto diffuso il rischio.

insomma questo della mozzarella mi pare l’ennesimo caso all’italiana, in cui il si dice, la paura evocata, il presunto comportamento poco civico di una regione annacquano, rendendolo come una qualsiasi palla bianca insapore, un dibattito che tocca lavoro, sicurezza, cultura, tradizioni, gusti, abitudini.

un sistema informativo che fa confusione, istituzioni che non sanno essere stabili e forti, responsabilità mai attribuite seriamente, pareri raccolti alla rinfusa, con scienziati che valgono come impiegati dell’ultimo caseificio e come un ministro agli ultimi giorni di mandato e come un qualsiasi turista che non ne sa niente, ma, a stomaco pieno, preferibilmente, si spaventa.

insomma, salviamo la mozzarella dal dibattito pubblico!

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Post caduta

Pubblicato da mariogiampaolo su Gennaio 25, 2008

Al fine cadde.

Guardando tutti negli occhi, lasciando sfumare, forse del tutto, l’ipotesi di un governo tecnico che riformi almeno la legge elettorale.

Ora il problema è: come si corre alle elezioni – con l’attuale legge elettorale – con le coalizioni spaccate?

Ebbene questo è un problema soprattutto del centro-sinistra.

I leader del governo uscente sottolineano come anche la (ex) CDL sia spaccata al suo interno.

I leader dell’attuale opposizione, invece, rimandano queste accuse al mittente con un semplice ragionamento: se le spaccature del centro destra sono state frutto di divisioni tattiche e strategiche, di puro lessico politico, tipiche di una opposizione che affila le armi con un solo obiettivo: vincere il nuovo test elettorale; quelle del centro-sinistra, invece, sembrano confermarsi come distanze, alcune volte siderali, su questioni valoriali, culturali. Sui temi di governo.

Il centro-destra, nonostante le ultime distanze, invece, ha in comune un assetto valoriale, una visione condivisa sui temi che interessano la vita delle persone: la famiglia, le tasse, la sicurezza.

Certo, ora le suggestioni si sprecano.

Un governo  tecnico presieduto da Gianni Letta o da Franco Marini? 

Ma i fatti ci dicono altro. Come ha detto ieri sera Giuliano Ferrara: “ Berlusconi è persona pratica; come si dice in politica: Il Cav sente l’odore del sangue”.

Perché accettare un governo tecnico quando si può andare a elezioni che si è sicuri di vincere?

Perché cercare un accordo super partes quando fra quattro mesi la rinata CDL potrebbe riformare da sola – cosa che ha già fatto d’altronde – legge elettorale e testo costituzionale senza l’intralcio della mediazione con la parta avversa?

Ma forse la cosa più grave è la palese malattia del centro sinistra a guida Prodi: incapace di governare per più di due anni; incapace di generare consenso attorno a scelte amministrative.

Malattia aggravata, in quest’ultima esperienza, da un errore di gestione: i partiti nuovi, soprattutto quelli con aspirazioni maggioritarie, probabilmente, non si creano quando si è al governo. Perché inevitabile sembra l’intreccio tra i destini di un esecutivo e la nascita di nuove forze politiche all’interno della sua stessa maggioranza.

 

Una scommessa audace e, certo,  affascinate. Ma ora si corre il rischio di perdere non solo la guida del paese, ma anche lo slancio necessario per far crescere i partiti. Quei partiti che prima o poi dovranno dimostrare di avere la forza, nei valori e nelle politiche , di governare e creare consenso. Forze politiche, non solo partitiche.

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dalla classe operaia al popolo delle libertà

Pubblicato da opslab su Gennaio 11, 2008

E’ stato dimostrato che quando l’economia è in recessione la gente frequenta molto di più le sale cinematografiche: bisogno di evasione ma anche l’impossibilità, attraverso i risparmi, di poter aspirare a beni durevoli come una casa o un’automobile.

La prima crisi del cinema italiano coincide con il boom economico. Erano i primi ’60 e c’era la classe operaia, molto di più di un segmento sociale che reclamasse spazi di cittadinanza.

Per tanti era un’appartenenza che si esplicitava e concretizzava anche attraverso un codice di comportamento: La dignità della classe operaia, il senso di responsabilità della classe operaia. Saranno o non saranno state queste le ragioni per cui prima o poi sarebbe dovuta andare in paradiso?   

Poi passò di moda, anche se certi lavori si sono continuati a fare e non tutti – checché ne cantasse Pietrangeli – hanno voluto, prima ancora che potuto, il figlio dottore.

Eppure non occorre andarli a cercare con il lumicino.

Perché  basterebbe spendere 24 euro e aggirarsi per una giornata pre-natalizia  tra i padiglioni del Motorshow di Bologna. Meglio di mille sondaggi, meglio di mille analisi di Ilvo Diamanti.

Eccoli, sono quelli che oggi non hanno neanche diritto a un senso di appartenenza: operai, meccanici, carpentieri, pensionati con la licenza elementare.

L’Italia profonda, l’Italia vera. Quella che ha votato massicciamente per la Dc e per il Pci e lo hanno fatto con reverenza, rispetto, convinzione in cambio di un senso di protezione che era anche modellamento antropologico: la Dc avrebbe protetto dalle pulsioni tollerando e perdonando vizi privati in cambio di pubbliche virtù, il Pci con la storiella della diversità dei comunisti.

E’ l’Italia profonda, l’Italia vera. Quella che è difficile dire se è stato Berlusconi a incoraggiarne la venuta o se loro si erano già rotti le balle della pubbliche virtù e della diversità,  “che alla fine tutti si fanno solo i propri affari”. Quell’Italia con Berlusconi ci ha sancito una connessione sentimentale perché lui non ha protetto, non ha tollerato, non ha indicato un galateo; gli ha incoraggiati a seguire le proprie pulsioni, gli ha detto “siate voi stessi”. Grande colpa e grande merito del berlusconismo, dare agibilità sociale alle furberie grandi e spicciole che vivacchiano nel corpus collettivo, ma anche liberare un pezzo di paese da sensi di soggezione, premi e minacce di punizione in una grande catarsi collettiva:

 “Quelli che prima si vergognavano di essere indicati come gente comune – scriveva Francesco Piccolo nel 2001 – adesso sono impettiti e con la testa alta accolgono la definizione. Un esempio. Fino a poco tempo fa c’era tanta gente che non leggeva, ma se ne vergognava, se c’era un sondaggio non rispondeva, si nascondeva oppure mentiva. Oppure diceva: è vero non ho mai letto un libro, e me ne vergogno, avete ragione, dovrò farlo stasera. Poi un giorno di pochi anni fa sono venuti fuori con prepotenza. Non so se ricordate; il solito sondaggio, la solita quantità impressionante di persone che non leggevano, ma stavolta le risposte erano diverse, grazie a una nuova forma di vita.
Dicevano: noi non leggiamo e siamo felici di non farlo, perché quelli che leggono sono tristi brutti e stanno sempre soli. Sono noiosi. Noi non leggiamo perché quelli che leggono non ci piacciono e noi siamo migliori di loro”

Eccoli, allora. Gli ossessionati dai gadget che per qualunque fetenzia di scarsissimo valore danno l’autorizzazione a farsi intasare casa e posta elettronica di spazzatura; quelli che l’importante è farsi fotografare con le belle ragazze e poco importa che loro lo facciano per contratto: per il tempo di un flash lei sorride con me e la sua mano è solo sulla mia spalla; e poi quelli che si aggirano e che guardano sognanti automobili che non potranno avere mai.

Non sono più una classe e non sono più neppure individui, che l’aria di questo paese e del mondo non è mica tanto buona per decantare una lode dell’Io in grado di farcela contro tutto e tutti tra terrorismo, precarietà, carovita, immigrazione. 

Né classe, né individui ma branchi. Branchi di persone. Gente che vive medesime condizioni ma che non ha voglia e speranza per riacquistare un sentimento collettivo. Il branco invece è la dimensione ideale: abbastanza piccolo affinché nessuno cada nell’anonimato, sufficientemente grande per avere al suo interno un pubblico e un palcoscenico.

Non a caso è il modus operandi delle corporazioni salite alla ribalta in questi mesi, i taxisti, le guardie giurate, i camionisti. L’attacco come la migliore difesa.

E’ l’Italia per cui Berlusconi ha avuto bisogno di un nuovo partito e non perché Forza Italia fosse appannata, in fondo era sufficiente una ripulita in grado di dar lustro al mito d’origine di estetiche che simbolizzavano dinamismo, forza e un senso di solitaria felicità: esattamente per queste caratteristiche Forza Italia non andava più bene.

Ci voleva un partito che desse rappresentanza a un paese fondato sulle corporazioni della postmodernità, i branchi per l’appunto.

E ci voleva un capo-branco e non più un leader, che un capo-branco non si prende cura, non dice I Care ma è quello che ha più coraggio, più istinto.

Intanto le sale cinematografiche sono tutte piene, mercato in gran ripresa, record d’incassi per i film di Natale.

E’ l’Italia, bellezza.

 

 

 

 

 

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Napoli non è Napoli

Pubblicato da mariogiampaolo su Gennaio 10, 2008

Pubblico (e in parte riadatto) un post che è vecchio di poco più di un anno (1° novembre 2006) e che ho pubblicato qui quando riesplose la violenza e i morti ammazzatti per le strade di Napoli erano tornati ad essere davvero tanti.

Rileggendolo oggi mi sembra che l’analisi, nonostante il tempo e l’argomento diverso, colga ancora un problema reale: La presunta unicità di Napoli. 

Siamo qui a parlarne: l’esercito, il ricambio della classe dirigente, le scuole e i principi da trasmettere. 

I cattivi, i camorristi e i leaderuncoli da strapazzo hanno un legame di sangue con la città. E’ un amore utile, interessato. E’ l’affetto che si prova per l’unico contesto in cui si può esistere, agire.
La parte sana, dalla sua, ha la grave colpa di aver trattato Napoli, anche nei momenti di fulgore, come una cosa unica. Un città stratificata e amorfa dove tutto si mescola: sacro e profano, giustizia e cattiveria, tolleranza e arretratezza arcaica.
 
A furia di inseguire il mito dell’unicità, la parte buona non ha fatto altro che accentuare il solo aspetto che poteva aiutare la perte cattiva a impadronirsi della città: l’idea che Napoli - essendo unica - potesse avere parametri diversi e vivere in modo diverso dalle altre metropoli.

Il problema oggi, come allora, mi sembra ancora questo.

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primarie e monnezza

Pubblicato da guarins su Gennaio 9, 2008

ultima sera in new hampshire, domani washington. un altro mondo, con limiti certo, ma affascinante, ricco di stimoli, professionale, appassionante.

l’italia, l’italia politica, non mi manca. un po’ di lontananza dai fatti nostri non fa male, non lascia tracce consistenti. succede qualcosa di nuovo laggiù?

l’ansa mi perseguita, scontri, assalti, cariche, roghi, molotov, istituzioni divise e responsabilità rimandate al mittente. la guerriglia della monnezza, vista da qua, vista da ovunque, è da terzo mondo.

da bambino, in quella città dove il caos non riesce ad essere solo fascino, i cumuli di sacchetti erano la normalità. tanto che rivederli, un annetto fa, dopo tanto tempo di pulizia bassoliniana, di quella che si nota ancora, ancora questo natale, girando per il centro di napoli, mi aveva fatto una strana impressione di conosciuto, riconoscibile, madeleine o coperta di linus, fate voi.

ma io a napoli non ci vivo più, talvolta mi domando se ci tornerei, e la fatica è già solo nel pensiero.

in mezzo alla monnezza no, non ci tornerei. si dice, e ne sono convinto, che a napoli (e per la verità non solo) manchi senso civico. che le persone esagerino il loro sapersi adattare, in un individualismo accogliente che se può ti frega, ma offrendoti sempre un caffè.

non è sempre così, certo. e non è solo così. ma come pretendere, come formare, come cambiare quando la puzza, lo schifo, la sfiducia ti assalgono appena esci di casa e ti inseguono fin dentro?

qualcuno batta un colpo, e non solo di un sacchetto che esplode. e cmq spostatevi che se no vi sporcate.

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che paese è?

Pubblicato da guarins su Dicembre 13, 2007

a potenza, due giorni fa, traffico completamente bloccato (tragitto di 10 minuti trasformato in 40) perchè le macchine sono incolonnate all’autopompa per fare scorta di benzina.

stasera al gs la cassiera racconta di un signore, sempre due giorni fa, che ha comprato 150 euro di legumi secchi. (come stupirsi, poi, se gli altri non hanno trovato nulla…)

che il declino diventi soddisfazione emergenziale – come ai tempi della guerra, si sente dire da chiunque non c’era – è una grottesca dimostrazione di inconcepibile normalità. una normalità in le precettazioni non impongono e le promesse non funzionano (“mai più morti come queste”, dice qualcuno, facendo evidentemente appello, evidentemente fallace, a quella speranza di certezza di fede di cui ultimamente si parla).

l’italia è finita, diceva più di qualcuno stamattina. l’Italia è forte, dice – più o meno – il Presidente della Repubblica.

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