E’ stato dimostrato che quando l’economia è in recessione la gente frequenta molto di più le sale cinematografiche: bisogno di evasione ma anche l’impossibilità, attraverso i risparmi, di poter aspirare a beni durevoli come una casa o un’automobile.
La prima crisi del cinema italiano coincide con il boom economico. Erano i primi ’60 e c’era la classe operaia, molto di più di un segmento sociale che reclamasse spazi di cittadinanza.
Per tanti era un’appartenenza che si esplicitava e concretizzava anche attraverso un codice di comportamento: La dignità della classe operaia, il senso di responsabilità della classe operaia. Saranno o non saranno state queste le ragioni per cui prima o poi sarebbe dovuta andare in paradiso?
Poi passò di moda, anche se certi lavori si sono continuati a fare e non tutti – checché ne cantasse Pietrangeli – hanno voluto, prima ancora che potuto, il figlio dottore.
Eppure non occorre andarli a cercare con il lumicino.
Perché basterebbe spendere 24 euro e aggirarsi per una giornata pre-natalizia tra i padiglioni del Motorshow di Bologna. Meglio di mille sondaggi, meglio di mille analisi di Ilvo Diamanti.
Eccoli, sono quelli che oggi non hanno neanche diritto a un senso di appartenenza: operai, meccanici, carpentieri, pensionati con la licenza elementare.
L’Italia profonda, l’Italia vera. Quella che ha votato massicciamente per la Dc e per il Pci e lo hanno fatto con reverenza, rispetto, convinzione in cambio di un senso di protezione che era anche modellamento antropologico: la Dc avrebbe protetto dalle pulsioni tollerando e perdonando vizi privati in cambio di pubbliche virtù, il Pci con la storiella della diversità dei comunisti.
E’ l’Italia profonda, l’Italia vera. Quella che è difficile dire se è stato Berlusconi a incoraggiarne la venuta o se loro si erano già rotti le balle della pubbliche virtù e della diversità, “che alla fine tutti si fanno solo i propri affari”. Quell’Italia con Berlusconi ci ha sancito una connessione sentimentale perché lui non ha protetto, non ha tollerato, non ha indicato un galateo; gli ha incoraggiati a seguire le proprie pulsioni, gli ha detto “siate voi stessi”. Grande colpa e grande merito del berlusconismo, dare agibilità sociale alle furberie grandi e spicciole che vivacchiano nel corpus collettivo, ma anche liberare un pezzo di paese da sensi di soggezione, premi e minacce di punizione in una grande catarsi collettiva:
“Quelli che prima si vergognavano di essere indicati come gente comune – scriveva Francesco Piccolo nel 2001 – adesso sono impettiti e con la testa alta accolgono la definizione. Un esempio. Fino a poco tempo fa c’era tanta gente che non leggeva, ma se ne vergognava, se c’era un sondaggio non rispondeva, si nascondeva oppure mentiva. Oppure diceva: è vero non ho mai letto un libro, e me ne vergogno, avete ragione, dovrò farlo stasera. Poi un giorno di pochi anni fa sono venuti fuori con prepotenza. Non so se ricordate; il solito sondaggio, la solita quantità impressionante di persone che non leggevano, ma stavolta le risposte erano diverse, grazie a una nuova forma di vita.
Dicevano: noi non leggiamo e siamo felici di non farlo, perché quelli che leggono sono tristi brutti e stanno sempre soli. Sono noiosi. Noi non leggiamo perché quelli che leggono non ci piacciono e noi siamo migliori di loro”
Eccoli, allora. Gli ossessionati dai gadget che per qualunque fetenzia di scarsissimo valore danno l’autorizzazione a farsi intasare casa e posta elettronica di spazzatura; quelli che l’importante è farsi fotografare con le belle ragazze e poco importa che loro lo facciano per contratto: per il tempo di un flash lei sorride con me e la sua mano è solo sulla mia spalla; e poi quelli che si aggirano e che guardano sognanti automobili che non potranno avere mai.
Non sono più una classe e non sono più neppure individui, che l’aria di questo paese e del mondo non è mica tanto buona per decantare una lode dell’Io in grado di farcela contro tutto e tutti tra terrorismo, precarietà, carovita, immigrazione.
Né classe, né individui ma branchi. Branchi di persone. Gente che vive medesime condizioni ma che non ha voglia e speranza per riacquistare un sentimento collettivo. Il branco invece è la dimensione ideale: abbastanza piccolo affinché nessuno cada nell’anonimato, sufficientemente grande per avere al suo interno un pubblico e un palcoscenico.
Non a caso è il modus operandi delle corporazioni salite alla ribalta in questi mesi, i taxisti, le guardie giurate, i camionisti. L’attacco come la migliore difesa.
E’ l’Italia per cui Berlusconi ha avuto bisogno di un nuovo partito e non perché Forza Italia fosse appannata, in fondo era sufficiente una ripulita in grado di dar lustro al mito d’origine di estetiche che simbolizzavano dinamismo, forza e un senso di solitaria felicità: esattamente per queste caratteristiche Forza Italia non andava più bene.
Ci voleva un partito che desse rappresentanza a un paese fondato sulle corporazioni della postmodernità, i branchi per l’appunto.
E ci voleva un capo-branco e non più un leader, che un capo-branco non si prende cura, non dice I Care ma è quello che ha più coraggio, più istinto.
Intanto le sale cinematografiche sono tutte piene, mercato in gran ripresa, record d’incassi per i film di Natale.
E’ l’Italia, bellezza.