Open Political Space

Laboratorio di ricerca e creazione politica

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    Sabato 28 giugno alle 22 proiezione di Teatri Interrotti, film documentario di Antonio Castagna e Giuseppe Di Bernardo. Ingresso gratuito.
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    Siamo un'associazione che si occupa di ricerca sociale e creazione politica. Attraverso la ricerca vogliamo offrire alla politica le chiavi per comprendere i vissuti odierni, innovarsi, riacquisire credibilità. Ricerche desk e indagini sui territori, tutte le metodologie mettono al centro i linguaggi e gli immaginari sociali. E’ lì che rintracciamo paure, desideri, credenze, regimi di fiducia, pratiche di partecipazione ed è attraverso questo che Ops! vuole contribuire a creare una politica migliore, appassionante e largamente praticabile, perché il linguaggio non comunica le idee, le evoca e le produce.
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Archivio per la categoria ‘berlusconi’

fu repubblica, fu pd, ci resta D

Pubblicato da guarins su Luglio 24, 2008

mi aggiungo anche io a quanti, come lui lui o lui, solo per fare qualche esempio, vanno criticando repubblica, più o meno da vecchi lettori.

ieri in home campeggiava questo titolo: “Voglio il sangue di Veltroni“: scontro Pdl-Pd.

una frase, virgolettata, detta forse da berlusconi, riportata, pare, solo da veltroni, alla festa romana dell’unità, in campo amico e per aizzare le folle, commentata invece da uolter boys and girls, come al solito più realisti del re, in un turbinio di autoreferenzialità che lascia pensare sia davvero il tempo delle vacanze. (e ognuno interpreti liberamente significato e durata del termine.)

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vinceremo i mondiali

Pubblicato da guarins su Aprile 8, 2008

mentre berlusconi, in un comizio, promette che comprerà ronaldino (sky dixit), dopo che angeletti ha paragonato la triade ad una squadra di champions, anche veltroni scende in campo: il pd è come l’italia dell’82.

ma non vi sembra strano che il riferimento sia  proprio questo, il mondiale dell”82? e quello del 2006? lo buttiamo insieme a prodi?

e perchè citare ancora un evento di una generazione del passato (io c’ero, ma già i miei compagnucci e soci no…) piuttosto che un immaginario più vicino e collettivo?

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Scommettiamo che

Pubblicato da opslab su Aprile 7, 2008

Manca una settimana, proviamo a fare pulizia da tutte le sovrastrutture e ragioniamo sulle cose concrete. Che a mio avviso sono tre.

1. E’ mutata radicalmente l’offerta elettorale. Dei simboli che si presentarono nel 2006 ne sono sopravvissuti solo 3: Lega, Udc, Italia dei Valori. Nel 2006 c’erano 2 candidati premier, oggi ce ne sono – con un consenso degno di questo nome – 4 se non 5.

2. Il clima d’opinione è cambiato. Inacerbandosi, ma anche omogenizzandosi in un unico grande sentimento di contrapposizione verso la politica, molto simile a quello che pervase il paese durante gli anni di Tangentopoli.

3. La campagna è stata così tanto fiacca che nessuno è riuscito a imporre un tema d’agenda. Assenza di verve comunicativa? Forse, ma sicuramente non solo. E’ un problema di credibilità della fonte. Nessuno appare più credibile, è come se si sia posto un diaframma tra cittadini e candidati di ogni specie. Per queste ultime due ragioni sembra non emergere alcuna domanda verso la politica quanto un semplice “toglietevi dalle scatole”

In un quadro del genere tutto appare possibile, anche la vittoria di Veltroni.

L’unica scommessa che mi sento di fare è che quello del non voto sarà il primo partito. Un astensionismo sempre più trasversale, che non riguarda solo quelli di sinistra o quelli di destra.
E soprattutto non mi sembra che questi 5 giorni possano servire: due anni fa Berlusconi recuperò non fiducia, ma consenso attraverso un baratto: il tuo voto in cambio dell’abolizione dell’Ici. Oggi qualunque promessa di questa entità non riesce a bucare, ma rimbalza, come se l’onda anonima dell’opinione pubblica si sia tramutata in un muro di gomma.

Per questo credo che Berlusconi e Veltroni passeranno i prossimi 5 giorni a darsi addosso, per solleticare l’ultima leva motivazionale possibile: la paura dell’altro. Il punto è che su questa si sono giocati gli ultimi 15 anni, 4 elezioni politiche e una manciata di altre votazioni. Funzionerebbe o andrebbe solo a rinforzare il sentimento di distanza e fastidio? Non lo so e sinceramente mi auguro di no: l’idea di un paese che vota ancora contro qualcuno, mi deprime molto di più di un paese che non va a votare.

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- 14

Pubblicato da guarins su Marzo 31, 2008

domani è il primo aprile. la campagna dovrebbe fermarsi, per non cadere in un vortice inebriante di verosimiglianza, pseudofalsità, creduloneria, credibilità. o dite che già ci siamo.

almeno da un paio di giorni non ci sono i sondaggi. sono contento, c’è poco da fare, ai sondaggi non riesco a credere. non colmano la distanza con pezzi di italia lontani da roma, non spiegano, spesso sbagliano.

lo dico qua, e controllatemi: quest’anno non voglio sapere niente, crederò solo ai numeri veri. non chiamerò per sapere prima gli exit poll, non chiederò che dati ci sono.

anche perchè ho una sensazione di fondo che mi piace tenermi. per me può succedere di tutto. non mi stupirei di una vittoria netta, camera e senato, di berlusconi, nè, però, di una vittoria camera-senato di veltroni. mi stupirebbe, invece, una affermazione particoalre di udc o sin-arc. e sarà deprimente lo spettacolo in caso del prvedibile suinesco pareggio al senato.

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tattica alitalia

Pubblicato da guarins su Marzo 25, 2008

ieri sera distratta visione di un telegiornale, notte di pasquetta, nel dormiveglia del finale delle feste spunta lui, il dimenticato, il da dimenticare, ancora premier in carica, romano prodi.

con padoa schioppa e bianchi, il fido sircana accanto, in attesa del ritiro nonnesco, romano è ancora, di nuovo là. a parlare di alitalia, a mediare, ma nemmeno troppo, tra ministri che fanno casino.

non so se la cordata italiana c’è o no, e poco mi interessa (alitalia se vive di qualità, d’ovunque essa provenga, bene, se no fallisca pure), ma la mossa di berlusconi mischia le carte in tavola, toglie dall’agenda la campagna e ci mette il governo, via veltroni dentro prodi.

mossa geniale, tattica da manuale, agenda a suo favore. e c’è chi ancora dice che non è un politico.

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Post caduta

Pubblicato da mariogiampaolo su Gennaio 25, 2008

Al fine cadde.

Guardando tutti negli occhi, lasciando sfumare, forse del tutto, l’ipotesi di un governo tecnico che riformi almeno la legge elettorale.

Ora il problema è: come si corre alle elezioni – con l’attuale legge elettorale – con le coalizioni spaccate?

Ebbene questo è un problema soprattutto del centro-sinistra.

I leader del governo uscente sottolineano come anche la (ex) CDL sia spaccata al suo interno.

I leader dell’attuale opposizione, invece, rimandano queste accuse al mittente con un semplice ragionamento: se le spaccature del centro destra sono state frutto di divisioni tattiche e strategiche, di puro lessico politico, tipiche di una opposizione che affila le armi con un solo obiettivo: vincere il nuovo test elettorale; quelle del centro-sinistra, invece, sembrano confermarsi come distanze, alcune volte siderali, su questioni valoriali, culturali. Sui temi di governo.

Il centro-destra, nonostante le ultime distanze, invece, ha in comune un assetto valoriale, una visione condivisa sui temi che interessano la vita delle persone: la famiglia, le tasse, la sicurezza.

Certo, ora le suggestioni si sprecano.

Un governo  tecnico presieduto da Gianni Letta o da Franco Marini? 

Ma i fatti ci dicono altro. Come ha detto ieri sera Giuliano Ferrara: “ Berlusconi è persona pratica; come si dice in politica: Il Cav sente l’odore del sangue”.

Perché accettare un governo tecnico quando si può andare a elezioni che si è sicuri di vincere?

Perché cercare un accordo super partes quando fra quattro mesi la rinata CDL potrebbe riformare da sola – cosa che ha già fatto d’altronde – legge elettorale e testo costituzionale senza l’intralcio della mediazione con la parta avversa?

Ma forse la cosa più grave è la palese malattia del centro sinistra a guida Prodi: incapace di governare per più di due anni; incapace di generare consenso attorno a scelte amministrative.

Malattia aggravata, in quest’ultima esperienza, da un errore di gestione: i partiti nuovi, soprattutto quelli con aspirazioni maggioritarie, probabilmente, non si creano quando si è al governo. Perché inevitabile sembra l’intreccio tra i destini di un esecutivo e la nascita di nuove forze politiche all’interno della sua stessa maggioranza.

 

Una scommessa audace e, certo,  affascinate. Ma ora si corre il rischio di perdere non solo la guida del paese, ma anche lo slancio necessario per far crescere i partiti. Quei partiti che prima o poi dovranno dimostrare di avere la forza, nei valori e nelle politiche , di governare e creare consenso. Forze politiche, non solo partitiche.

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dalla classe operaia al popolo delle libertà

Pubblicato da opslab su Gennaio 11, 2008

E’ stato dimostrato che quando l’economia è in recessione la gente frequenta molto di più le sale cinematografiche: bisogno di evasione ma anche l’impossibilità, attraverso i risparmi, di poter aspirare a beni durevoli come una casa o un’automobile.

La prima crisi del cinema italiano coincide con il boom economico. Erano i primi ’60 e c’era la classe operaia, molto di più di un segmento sociale che reclamasse spazi di cittadinanza.

Per tanti era un’appartenenza che si esplicitava e concretizzava anche attraverso un codice di comportamento: La dignità della classe operaia, il senso di responsabilità della classe operaia. Saranno o non saranno state queste le ragioni per cui prima o poi sarebbe dovuta andare in paradiso?   

Poi passò di moda, anche se certi lavori si sono continuati a fare e non tutti – checché ne cantasse Pietrangeli – hanno voluto, prima ancora che potuto, il figlio dottore.

Eppure non occorre andarli a cercare con il lumicino.

Perché  basterebbe spendere 24 euro e aggirarsi per una giornata pre-natalizia  tra i padiglioni del Motorshow di Bologna. Meglio di mille sondaggi, meglio di mille analisi di Ilvo Diamanti.

Eccoli, sono quelli che oggi non hanno neanche diritto a un senso di appartenenza: operai, meccanici, carpentieri, pensionati con la licenza elementare.

L’Italia profonda, l’Italia vera. Quella che ha votato massicciamente per la Dc e per il Pci e lo hanno fatto con reverenza, rispetto, convinzione in cambio di un senso di protezione che era anche modellamento antropologico: la Dc avrebbe protetto dalle pulsioni tollerando e perdonando vizi privati in cambio di pubbliche virtù, il Pci con la storiella della diversità dei comunisti.

E’ l’Italia profonda, l’Italia vera. Quella che è difficile dire se è stato Berlusconi a incoraggiarne la venuta o se loro si erano già rotti le balle della pubbliche virtù e della diversità,  “che alla fine tutti si fanno solo i propri affari”. Quell’Italia con Berlusconi ci ha sancito una connessione sentimentale perché lui non ha protetto, non ha tollerato, non ha indicato un galateo; gli ha incoraggiati a seguire le proprie pulsioni, gli ha detto “siate voi stessi”. Grande colpa e grande merito del berlusconismo, dare agibilità sociale alle furberie grandi e spicciole che vivacchiano nel corpus collettivo, ma anche liberare un pezzo di paese da sensi di soggezione, premi e minacce di punizione in una grande catarsi collettiva:

 “Quelli che prima si vergognavano di essere indicati come gente comune – scriveva Francesco Piccolo nel 2001 – adesso sono impettiti e con la testa alta accolgono la definizione. Un esempio. Fino a poco tempo fa c’era tanta gente che non leggeva, ma se ne vergognava, se c’era un sondaggio non rispondeva, si nascondeva oppure mentiva. Oppure diceva: è vero non ho mai letto un libro, e me ne vergogno, avete ragione, dovrò farlo stasera. Poi un giorno di pochi anni fa sono venuti fuori con prepotenza. Non so se ricordate; il solito sondaggio, la solita quantità impressionante di persone che non leggevano, ma stavolta le risposte erano diverse, grazie a una nuova forma di vita.
Dicevano: noi non leggiamo e siamo felici di non farlo, perché quelli che leggono sono tristi brutti e stanno sempre soli. Sono noiosi. Noi non leggiamo perché quelli che leggono non ci piacciono e noi siamo migliori di loro”

Eccoli, allora. Gli ossessionati dai gadget che per qualunque fetenzia di scarsissimo valore danno l’autorizzazione a farsi intasare casa e posta elettronica di spazzatura; quelli che l’importante è farsi fotografare con le belle ragazze e poco importa che loro lo facciano per contratto: per il tempo di un flash lei sorride con me e la sua mano è solo sulla mia spalla; e poi quelli che si aggirano e che guardano sognanti automobili che non potranno avere mai.

Non sono più una classe e non sono più neppure individui, che l’aria di questo paese e del mondo non è mica tanto buona per decantare una lode dell’Io in grado di farcela contro tutto e tutti tra terrorismo, precarietà, carovita, immigrazione. 

Né classe, né individui ma branchi. Branchi di persone. Gente che vive medesime condizioni ma che non ha voglia e speranza per riacquistare un sentimento collettivo. Il branco invece è la dimensione ideale: abbastanza piccolo affinché nessuno cada nell’anonimato, sufficientemente grande per avere al suo interno un pubblico e un palcoscenico.

Non a caso è il modus operandi delle corporazioni salite alla ribalta in questi mesi, i taxisti, le guardie giurate, i camionisti. L’attacco come la migliore difesa.

E’ l’Italia per cui Berlusconi ha avuto bisogno di un nuovo partito e non perché Forza Italia fosse appannata, in fondo era sufficiente una ripulita in grado di dar lustro al mito d’origine di estetiche che simbolizzavano dinamismo, forza e un senso di solitaria felicità: esattamente per queste caratteristiche Forza Italia non andava più bene.

Ci voleva un partito che desse rappresentanza a un paese fondato sulle corporazioni della postmodernità, i branchi per l’appunto.

E ci voleva un capo-branco e non più un leader, che un capo-branco non si prende cura, non dice I Care ma è quello che ha più coraggio, più istinto.

Intanto le sale cinematografiche sono tutte piene, mercato in gran ripresa, record d’incassi per i film di Natale.

E’ l’Italia, bellezza.

 

 

 

 

 

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4 pensieri

Pubblicato da opslab su Luglio 24, 2007

il G8 di genova, da 6 anni, è una ferita ancora aperta, una frattura che va sanata. perchè a genova si è picchiato, troppo e senza giustificazione. si è perso, da parte delle autorità, il senso dello stato. la magistratura farà il suo, forse qualcuno sarà punito, forse no. non importa. quello che importa è che, se nessuno sarà punito nelle aule di un tribunale, la responsabilità – perchè responsabilità non può non esserci – farà capo alla politica. il governo di centrosinistra ha il dovere – e magari l’ultima oportunità – di sanare quella ferita, di recuperare alla fiducia verso lo stato, le istituzioni, le forze dell’ordine un pezzo, largo più di quanti a genova c’erano, di una generazione.

berlusconi, scorsa settimana, ci delizia con le battute su veronica e fanciulle varie da corteggiare. per uno strano caso ero lì, e ho potuto gustare la mimica magnifica dell’imitazione della consorte. (…che vi siete persi!.. ) è un animatore geniale, pari a fiorello. fa notizia, berlusconi, semplicemente essendo se stesso, per una battuta e un occhiolino. (anche perchè, vi assicuro, il resto era di una noia mostruosa e di un ideologismo che nemmeno più il pdci.) ma da quanto tempo berlusconi manca dall’agenda che conta? da quanto tempo non impone un tema di quelli che toccano da vicino la vita delle persone (altro che conteggi e rimorchi)? ad eccezione dell’eccezionale passaggio sull’ici, da molto, molto, molto tempo.

la riforma delle pensioni è, alla fine, meglio di quanto avremmo creduto (almeno io, che però ero parecchio pessimista). epperò, come già con la finanziaria, quello che manca è la cornice di insieme e di prospettiva, il frame culturale. non si poteva dire che, ok, lo scalone va ammorbidito, che si, alcune categorie vanno tutelate, ma alzare l’età pensionabe è cosa non solo doverosa, ma giusta, positiva, nell’interesse di un miglior equilibrio di vita per le persone?

giuseppe, qua sotto, parla della generazione coraggio. vendola è bravo, emoziona, ragiona sul coraggio da ritrovare e sulla scommessa che “i grandi” devono fare sui “piccoli” giovani. c’è, però, e non mi piace, in vendola, nel tono, come in molti altri nel centrosinistra, una moralità di fondo (quel dovere imperante) che, compiacendosi dell’astrazione e della denuncia, dimentica di passare al concreto. in america, la stessa cosa, ragionavamo qualche giorno fa, si dice audacity of hope.

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