Open Political Space

Laboratorio di ricerca e creazione politica

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    Sabato 28 giugno alle 22 proiezione di Teatri Interrotti, film documentario di Antonio Castagna e Giuseppe Di Bernardo. Ingresso gratuito.
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    Siamo un'associazione che si occupa di ricerca sociale e creazione politica. Attraverso la ricerca vogliamo offrire alla politica le chiavi per comprendere i vissuti odierni, innovarsi, riacquisire credibilità. Ricerche desk e indagini sui territori, tutte le metodologie mettono al centro i linguaggi e gli immaginari sociali. E’ lì che rintracciamo paure, desideri, credenze, regimi di fiducia, pratiche di partecipazione ed è attraverso questo che Ops! vuole contribuire a creare una politica migliore, appassionante e largamente praticabile, perché il linguaggio non comunica le idee, le evoca e le produce.
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Archivio per la categoria ‘antipolitica’

matematica abruzzese

Pubblicato da guarins su Dicembre 16, 2008

il mio essere cresciuto nel comodo della comunità comunista ha lasciato qualche traccia, una di queste l’avvertimento che bisogna guardare i numeri, non le percentuali.

lo scenario cambia, al di là di ogni ipotesi su flussi e controflussi, su cui si appassionano opinionisti e politici, salvo poi non saper usare (o produrre) i dati per costruire strategie.

allora, vediamo i numeri.

per il pd la situazione non cambia, il crollo è crollo, anzi forse i numeri assoluti fanno ancora più impressione. dei 277.190 voti presi ad aprile il pd ne conferma 106.410. non mi pare un malessere, mi sembra l’assenza della cuore della raccolta del consenso: la mobilitazione del proprio elettorato. 170.000 persone che avevano creduto nel pd in 6 mesi hanno cambiato idea (sono da aggiungere i democratici per l’abruzzo, si, ma la sostanza non cambia). già si era minoranza, ora si è arrivati a poco più del 10% dell’elettorato attivo. auguri!

ma guardiamo a idv. triplicati, raddoppiati, quintuplicati, tanto ormai conta dare i numeri, non analizzarli. da 58.036 a 81.577: venti % dei voti in più. fedeltà dell’elettorato più che espansione, tenuta più che erosione del pd. insomma la tanto urlata questione morale non mi pare abbia così stravinto (al di là dell’aver perso, ovviamente): sempre riportando al totale elettorale, le sirene dipietriste hanno convinto poco più dell’8%. buono oggi, ma in prospettiva non ci si fa niente.

pdl da 344.129 a 230.175, cala ma resiste, e basta per vincere.

poi, sempre osservando i numeri, ci si chiede quale matematica abbia studiato chi, come fioroni (ministro dell’istruzione???), sostiene che con l’udc si sarebbe vinto: 258.199 + 32.604 = 290.803: chiodi ne ha presi 295.371. senza contare che ormai è evidente che le alleanze fanno sempre perdere qualcosa.

insomma, il problema non mi pare la questione morale (nè tantomeno le alleanze fatte o non fatte non si sa su che basi, se non riempire il carrello più possibile … ma non si sommano le mele con le pere, ci veniva detto a scuola): gli arresti e le polemiche coprono, quasi come un alibi, l’assenza di politica.

non c’è da imparare la lezione della scarsa moralizzazione, della politica, delle istituzioni, dell’abruzzo e dell’italia (dice veltroni: “la moralizzazione della vita pubblica – perché – meglio pagare un prezzo elettorale subito ma garantire un futuro al riformismo e al Pd senza comprometterlo” …ma di che parla???, sembra un alibi appunto), ma quella del riprendere a fare politica.

è da luglio, dal’arresto di del turco che si sapeva che si sarebbe votato in autunno. perché non si è scelto subito un candidato, perché non si è ricostruito un progetto con idee e proposte forti, perché non ci si è presi il tempo di una campagna elettorale (e politica) lunga, strutturata, capace di rimettersi in dialogo con le persone?

si era troppo distratti da guardare obama? o, ma probabilmente è la stessa cosa, semplicemente nessuno è stato capace di farlo?

ecco il problema: fare politica, non moralizzare. che serve, ancora, per capirlo?

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Scommettiamo che

Pubblicato da opslab su Aprile 7, 2008

Manca una settimana, proviamo a fare pulizia da tutte le sovrastrutture e ragioniamo sulle cose concrete. Che a mio avviso sono tre.

1. E’ mutata radicalmente l’offerta elettorale. Dei simboli che si presentarono nel 2006 ne sono sopravvissuti solo 3: Lega, Udc, Italia dei Valori. Nel 2006 c’erano 2 candidati premier, oggi ce ne sono – con un consenso degno di questo nome – 4 se non 5.

2. Il clima d’opinione è cambiato. Inacerbandosi, ma anche omogenizzandosi in un unico grande sentimento di contrapposizione verso la politica, molto simile a quello che pervase il paese durante gli anni di Tangentopoli.

3. La campagna è stata così tanto fiacca che nessuno è riuscito a imporre un tema d’agenda. Assenza di verve comunicativa? Forse, ma sicuramente non solo. E’ un problema di credibilità della fonte. Nessuno appare più credibile, è come se si sia posto un diaframma tra cittadini e candidati di ogni specie. Per queste ultime due ragioni sembra non emergere alcuna domanda verso la politica quanto un semplice “toglietevi dalle scatole”

In un quadro del genere tutto appare possibile, anche la vittoria di Veltroni.

L’unica scommessa che mi sento di fare è che quello del non voto sarà il primo partito. Un astensionismo sempre più trasversale, che non riguarda solo quelli di sinistra o quelli di destra.
E soprattutto non mi sembra che questi 5 giorni possano servire: due anni fa Berlusconi recuperò non fiducia, ma consenso attraverso un baratto: il tuo voto in cambio dell’abolizione dell’Ici. Oggi qualunque promessa di questa entità non riesce a bucare, ma rimbalza, come se l’onda anonima dell’opinione pubblica si sia tramutata in un muro di gomma.

Per questo credo che Berlusconi e Veltroni passeranno i prossimi 5 giorni a darsi addosso, per solleticare l’ultima leva motivazionale possibile: la paura dell’altro. Il punto è che su questa si sono giocati gli ultimi 15 anni, 4 elezioni politiche e una manciata di altre votazioni. Funzionerebbe o andrebbe solo a rinforzare il sentimento di distanza e fastidio? Non lo so e sinceramente mi auguro di no: l’idea di un paese che vota ancora contro qualcuno, mi deprime molto di più di un paese che non va a votare.

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Perché è peggio del ‘92

Pubblicato da opslab su Gennaio 22, 2008

 

 

Un’aria torbida sta attraversando il paese, un’aria che non lascia presagire nulla di buono. Per questo è giusto che si sprechino i paragoni col ‘92 anche se rispetto ad allora la situazione è diversa sotto tanti punti di vista, innanzitutto l’assenza di soggetti fiduciari che in quegli anni riuscivano a occupare il vuoto costruito dalla politica. La magistratura in quegli anni godeva di grossa fiducia, perché evocava un senso alto di appartenenza alle istituzioni, ma soprattutto perché era personificata dai volti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
E, a fare da controcanto, c’era l’astro nascente di quella che in maniera forse troppo pomposa fu definita come la “società civile” ovvero la forza buona di un paese che voleva essere protagonista mentre oggi la società appare malata, incattivita, frammentata, non in grado di poter esprimere una nuova guida e una nuova rotta per il paese.Da qualche anno le classifiche sulla fiducia sono tornate a vedere agli ultimi posti tutti i soggetti di rappresentanza. Non solo i partiti, ma anche i sindacati e le associazioni di categoria. E anche la magistratura viene guardata con sospetto, non più forza liberatrice ma come soggetto che entra e che scombussola la vita dei cittadini o come portatrice di interessi di questa o di quella parte politica.
In questa desolazione l’antipolitica dei Grillo e dei libri sulla casta non trova quella sponda per potersi trasformare in politica, la rabbia non si incanala in alcun voto di protesta ma rimane come un fuoco che cresce soltanto in frustrazione, un sentimento che conduce alla contrapposizione violenta: non più semplicemente tassisti e camionisti che prendono in ostaggio le nostre città perché dalla scorsa settimana abbiamo scoperto che non solo più soltanto loro.Insomma, tutto è diventato un muro contro muro che ci riporta indietro di decenni, che mina le basi della convivenza civile, che rende tutti immuni dalle ragioni dell’altro, che sta rendendo tutto manicheo. I laici contro i cattolici, il centro contro le periferie, i partiti contro l’interesse generale: tutti ricattatori di qualcuno, tutti in ostaggio di qualcun altro.
E l’aria rimane invischiata di una furia giacobina che si manifesta in pubblica condanna a ogni semplice accusa di vicinanza alla casta, qualunque essa sia: politici, giornalisti, magistrati. L’invidia come unico metro di giudizio in un paese che per 10 anni fa il tifo per programmi come Striscia la Notizia e Le Iene, ma che appena scopre che Alessandro Sortino, uno degli inviati di questo programma mandato a intervistare Mastella junior, viene additato da quest’ultimo come figlio del presidente dell’Authority sulle Comunicazioni, tutti lo mettono alla gogna e sotto sotto iniziano a simpatizzare per il dimissionario Ministro. E’ saltato qualunque principio di ragionamento, rimane un isterico J’accuse collettivo, un piacere forsennato per il rumore secco della ghigliottina che ha preso il posto del tintinnar di manette con cui ci si beava durante gli anni di Tangentopoli.

Oggi come allora il cielo non dice nulla di buono: oggi è molto peggio di allora.

Pubblicato su 1992, antipolitica, grillo antipolitica, grillo politica antipolitica, iene, le iene, magistratura, mastella, open political space, ops, prodi, ricerca, sortino, tangentopoli, veltroni, web | 1 Commento »

dalla classe operaia al popolo delle libertà

Pubblicato da opslab su Gennaio 11, 2008

E’ stato dimostrato che quando l’economia è in recessione la gente frequenta molto di più le sale cinematografiche: bisogno di evasione ma anche l’impossibilità, attraverso i risparmi, di poter aspirare a beni durevoli come una casa o un’automobile.

La prima crisi del cinema italiano coincide con il boom economico. Erano i primi ’60 e c’era la classe operaia, molto di più di un segmento sociale che reclamasse spazi di cittadinanza.

Per tanti era un’appartenenza che si esplicitava e concretizzava anche attraverso un codice di comportamento: La dignità della classe operaia, il senso di responsabilità della classe operaia. Saranno o non saranno state queste le ragioni per cui prima o poi sarebbe dovuta andare in paradiso?   

Poi passò di moda, anche se certi lavori si sono continuati a fare e non tutti – checché ne cantasse Pietrangeli – hanno voluto, prima ancora che potuto, il figlio dottore.

Eppure non occorre andarli a cercare con il lumicino.

Perché  basterebbe spendere 24 euro e aggirarsi per una giornata pre-natalizia  tra i padiglioni del Motorshow di Bologna. Meglio di mille sondaggi, meglio di mille analisi di Ilvo Diamanti.

Eccoli, sono quelli che oggi non hanno neanche diritto a un senso di appartenenza: operai, meccanici, carpentieri, pensionati con la licenza elementare.

L’Italia profonda, l’Italia vera. Quella che ha votato massicciamente per la Dc e per il Pci e lo hanno fatto con reverenza, rispetto, convinzione in cambio di un senso di protezione che era anche modellamento antropologico: la Dc avrebbe protetto dalle pulsioni tollerando e perdonando vizi privati in cambio di pubbliche virtù, il Pci con la storiella della diversità dei comunisti.

E’ l’Italia profonda, l’Italia vera. Quella che è difficile dire se è stato Berlusconi a incoraggiarne la venuta o se loro si erano già rotti le balle della pubbliche virtù e della diversità,  “che alla fine tutti si fanno solo i propri affari”. Quell’Italia con Berlusconi ci ha sancito una connessione sentimentale perché lui non ha protetto, non ha tollerato, non ha indicato un galateo; gli ha incoraggiati a seguire le proprie pulsioni, gli ha detto “siate voi stessi”. Grande colpa e grande merito del berlusconismo, dare agibilità sociale alle furberie grandi e spicciole che vivacchiano nel corpus collettivo, ma anche liberare un pezzo di paese da sensi di soggezione, premi e minacce di punizione in una grande catarsi collettiva:

 “Quelli che prima si vergognavano di essere indicati come gente comune – scriveva Francesco Piccolo nel 2001 – adesso sono impettiti e con la testa alta accolgono la definizione. Un esempio. Fino a poco tempo fa c’era tanta gente che non leggeva, ma se ne vergognava, se c’era un sondaggio non rispondeva, si nascondeva oppure mentiva. Oppure diceva: è vero non ho mai letto un libro, e me ne vergogno, avete ragione, dovrò farlo stasera. Poi un giorno di pochi anni fa sono venuti fuori con prepotenza. Non so se ricordate; il solito sondaggio, la solita quantità impressionante di persone che non leggevano, ma stavolta le risposte erano diverse, grazie a una nuova forma di vita.
Dicevano: noi non leggiamo e siamo felici di non farlo, perché quelli che leggono sono tristi brutti e stanno sempre soli. Sono noiosi. Noi non leggiamo perché quelli che leggono non ci piacciono e noi siamo migliori di loro”

Eccoli, allora. Gli ossessionati dai gadget che per qualunque fetenzia di scarsissimo valore danno l’autorizzazione a farsi intasare casa e posta elettronica di spazzatura; quelli che l’importante è farsi fotografare con le belle ragazze e poco importa che loro lo facciano per contratto: per il tempo di un flash lei sorride con me e la sua mano è solo sulla mia spalla; e poi quelli che si aggirano e che guardano sognanti automobili che non potranno avere mai.

Non sono più una classe e non sono più neppure individui, che l’aria di questo paese e del mondo non è mica tanto buona per decantare una lode dell’Io in grado di farcela contro tutto e tutti tra terrorismo, precarietà, carovita, immigrazione. 

Né classe, né individui ma branchi. Branchi di persone. Gente che vive medesime condizioni ma che non ha voglia e speranza per riacquistare un sentimento collettivo. Il branco invece è la dimensione ideale: abbastanza piccolo affinché nessuno cada nell’anonimato, sufficientemente grande per avere al suo interno un pubblico e un palcoscenico.

Non a caso è il modus operandi delle corporazioni salite alla ribalta in questi mesi, i taxisti, le guardie giurate, i camionisti. L’attacco come la migliore difesa.

E’ l’Italia per cui Berlusconi ha avuto bisogno di un nuovo partito e non perché Forza Italia fosse appannata, in fondo era sufficiente una ripulita in grado di dar lustro al mito d’origine di estetiche che simbolizzavano dinamismo, forza e un senso di solitaria felicità: esattamente per queste caratteristiche Forza Italia non andava più bene.

Ci voleva un partito che desse rappresentanza a un paese fondato sulle corporazioni della postmodernità, i branchi per l’appunto.

E ci voleva un capo-branco e non più un leader, che un capo-branco non si prende cura, non dice I Care ma è quello che ha più coraggio, più istinto.

Intanto le sale cinematografiche sono tutte piene, mercato in gran ripresa, record d’incassi per i film di Natale.

E’ l’Italia, bellezza.

 

 

 

 

 

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Pubblicato da opslab su Ottobre 5, 2007

non so, ovviamente, se de magistris sia da traferire o no, ma che accetti di diventare eroe della piazza mi sembra davvero sconveniente per un magistrato. a meno che non pretenda, giudice finalmente, (di essere) arbitro in terra del bene e del male. compito, tra l’altro, che si è data la televisione, almeno santorianamente parlando.

io non l’ho vista, ma ieri qualcuno ha parlato di noi. e di open political space (meglio scriverlo per intero, che se ci cercano…) si parlerà, su un qualche luogo di carta, oggi, credo, dopo…

ma voi, quanto vi sentite bamboccioni?

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