Tutta la vita davanti
Pubblicato da opslab su Aprile 3, 2008
Certo, è una commedia.
Certo, ha i limiti del nostro cinema.
Detto questo, “Tutta la vita davanti” è uno dei più bei racconti non solo sul precariato come tratto distintivo di una generazione ma sull’imbarbarimento dell’Italia: due cose che – in fondo – si nutrono vicendevolmente.
Che coi barbari avessimo a che fare ce l’aveva già detto Moretti col Caimano e forse lo stesso Virzì in quel preveggente “Ferie d’Agosto” quando dipingeva un paese diviso in due, senza possibilità alcuna di ricucitura.
Oppure in “Caterina va in città” che rivisto oggi ha in sé i germi di un’altra di frattura, stavolta orizzontale, tra politica e società.
Insomma potremmo uscire facilmente dalla questione: prendercela col Caimano che ci ha caimanizzato tutti oppure con la gente che è testa di cazzo e non aiuta il bravo compagno della Cgil (Mastrandrea) nel chiedere la tutela dei propri diritti.
O, ancora, potremmo farci coraggio mettendo assieme un po’ di cocci sparsi che ci circondano e cantare coi Baustelle che “il liberismo ha i giorni contati”, e riconciliarci con noi stessi, forti di verità che sono così intrinseche al nostro senso comune di persone che hanno avuto qualche frequentazione fedifraga a sinistra e dintorni.
Ma saremmo punto a capo, perché i barbari postmoderni (Elio Germano,Micaela Ramazzotti, Massimo Ghini) non sono bestie inferocite che rispondono solo a un istinto di distruzione ma pullulano di paure e desideri, le due grandi variabili che trasformano i vissuti individuali in corpi collettivi, nella fattispecie il corpo sociale dell’Italia più profonda e più vera.
Soprattutto sono persone fragili. Le più fragili.
Cercano disperatamente una loro strada e quando la trovano la traducono in ideologia intesa nel senso etimologico del termine: “logica dell’idea” ovvero reiterazione infinita del modus operandi che soggiace all’idea.
Diventano così i sacerdoti di questa festa perenne, una notte bianca senza fine (cfr. Diamanti su Repubblica di quest’estate), un paese dei Balocchi dove i grilli parlanti del sindacato vengono chiamati “tapiri de coccio” (e chissà cosa ne avrebbe detto Pasolini di questa lingua che ha come ultima fonte di immaginazione le ricorrenti minime delle tv di flusso e ne conferisce calore ricorrendo all’estrosità fonetica del dialetto).
Sono più fragili perché più poveri.
Di affetti, ma soprattutto di idee. Non hanno alternativa, non gliel’hanno offerta. Ogni giorno come l’ultima spiaggia, ogni giorno una battaglia campale. Il paradiso del successo, dell’io moltiplicato all’infinito oppure il baratro, il non ritorno, il girone infernale dell’anonimato.
Il sindacato, la rappresentanza, le tutele e i diritti diventano cose lontane. Qui si gioca, questa è una grande famiglia, i grilli non sono ammessi, soprattutto se poi, dandogli confidenza, non migliorano la vita ma ti imbastiscono l’ennesima lezioncina non più da grilli innocui, ma da corvi: il corvo nero e invasivo che vuole importi la sua astrusa ideologia, il corvo di “Uccellaci e uccellini”: nel frattempo hai perso il lavoro, non hai venduto, game over, per te il Grande Fratello finisce qui.
Voteranno Popolo delle Libertà, hanno dalla loro mille ineccepibili ragioni per farlo.
Poi c’è Marta, la protagonista.
E’ diversa, ma non basta. Non ha le amicizie giuste. Non frequenta conventicole. Ha nella mente una festa più corale. Una festa dove tutti si divertono nessuno escluso.
Voterebbe per Veltroni? Non credo. E’ troppo leccato, troppo uguale a quei suoi ex compagni di università tutti figli di qualcuno che ora sbevacchiano su qualche terrazza romana, tronfi di buoni sentimenti davanti ma già lerci di cinismo d’accatto.
E non voterebbe neppure Bertinotti, troppo simile al sindacalista barricadiero sulla pelle degli altri.
Un tempo sicuramente avrebbe avuto altre speranze. Come sua madre che legge l’Unità anche se è in fin di vita e guarda in una domenica pomeriggio “C’eravamo tanto amati”, convinta che la sinistra, quella sinistra, sia lo spazio naturale del proprio abitare .
Ma il problema non è il Grande Fratello, il call-center, i colori sgargianti delle cravatte, il fare logorroico di chi parla solo di sè e i corsi di autostima. E neppure l’antropologia gradassa degli intellettuali da terrazzo, portatori d’acqua ai dinosauri del rincoglionimento collettivo.
Il punto è come si guarda e ci si relazione a tutto questo. La salvezza – se così vogliamo chiamarla – è un atto tutto intimo e personale, equilibrio sottilissimo, boicottare senza fare barricate (l’atteggiamento con cui protagonista che canta la sigla quotidiana del call-center) ma anche empatizzare senza che questa diventi stima, simpatia o adesione (sempre la protagonista che si relaziona con la ferilli o con germano).
La salvezza è nella bambina che chiude il film dicendo che da grande si iscriverà filosofia.
La salvezza è una domanda di equilibrio e di leggerezza.
Neppure a questa – ahimé – oggi la sinistra sa più dare una risposta.
vulvia detto
ho visto la prima del film in una platea di precari, si parla davvero di noi con i toni giusti, personaggi autentici, bel film.
e poi c’è la recinzione di Johnny Palomba..